I-Days. Anche quest’anno il Coachella l’abbiamo serenamente balzato.

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Facciamo il post alla Vice e alla Deer Waves (ciao amici, salutissimi). 

Ci sono stata anche l’anno scorso, ma l’evento non era chiaramente della stessa portata. Quest’anno eravamo là per il primo giorno e il secondo: parliamo dell’I-Days a Monza.

Per le bill proposte nei 4 giorni e i vari head-liner, questo festival ha richiamato praticamente spettatori di ogni tipo: dallo zoccolo duro del punk, alle ragazzine da my sweet sixteen, dai presi male figli dei brit 90’s (eccomi!), ai più caciaroni fan del punk-rock americano degli anni ’00. Non presentarsi all’appello con qualche scusa sarebbe stato un sacrilegio.

Le mie date sono state la prima e la seconda, quindi per intenderci Rancid+Green Day e James Blake+Radiohead.

Al primo giorno ci sono andanta per mantenere una promessa, dato che il punk e le sue varianti sul tema non sono esattamente il mio habitat naturale, ma lo spettacolo è stato incredibile e sicuramente sopra le mie aspettative.

In breve….


Rancid. Si sono esibiti in un concerto semplice, ben suonato, senza fronzoli, dritto al punto e molto divertente. È stato impossibile non ballare, nonostante il sole e l’acqua clorata sparata dai cannoni che ci rendevano ciechi, tutti abbiamo fatto i nostri bei 4 salti e ci siamo dati qualche spintarella. Non amo il genere, ma era una di quelle band da “una volta nella vita bisogna proprio” e sono stata più che contenta.


Green Day. Zero aspettative su di loro, non mi si chieda perché mi fidassi così poco, eppure… pazzeschi, uno spettacolo da veri professionisti, scenograficamente e musicalmente di altissimo livello, e divertente. Voce e batteria incredibili (scusate ma non commento il bassista, anzi sì: è un fabbro). Due e più ore di show senza mollare colpo e fiato, con fuochi d’artificio, momentini simil cabaret per tirare in mezzo il pubblico, regali, e tanta energia. Anche qui, contentona di averli visti e sentiti. Sono consigliatissimi dal vivo anche se non siete proprio amanti della loro musica. Nota positiva: quasi nessun telefono alzato a registrare minuto per minuto il concerto. Chi c’era si è divertito e ha ballato e ascoltato.


Il secondo giorno, più consci delle problematiche logistico-organizzative che avremmo trovato lungo il tragitto e sul posto, siamo arrivati attrezzati in modalità grigliata di Pasquetta, con telo mare da 12 mq, borse frigo con all’interno panini con la mortazza, frutta e bevande analcoliche di vario tipo -perché nessuno di noi ha più l’età per sbronzarsi male sotto il sole e poi farsi pure un concerto,  e finire con una vasca di 80 km di autostrada post insolazione-.

Poiché siamo arrivati anche un po’ prima, al day2 abbiamo ottenuto i braccialetti per il pit, quindi per l’area sotto il palco che il giorno prima invece era a pagamento. Abbiamo steso la nostra coperta da fricchettoni e ci siamo accomodati a scofanarci di albicocche e birra.


James Blake. Bravissimi, anche se forse avevano suoni un po’ più adatti alla notte inoltrata rispetto all’orario pre tramonto in cui si sono esibiti, ma questo ha contribuito a creare quel giusto clima semi-meditativo di tranquillità perfetto per accogliere poi la band successiva.

Credits: Giulia Tinti

Radiohead. Data attesa dalla sottoscritta da tutta la vita, scaletta ineccepibile e piena di perle che non suonavano da un po’, roba che Coachella levati e tante care cose.

(Sì, lo avrete già letto ovunque, ma Creep l’han suonata e anche No Surprises)

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Un concerto suggestivo, emozionante, perfetto, passato con i piedi nudi tra erba e coperte, amici, suoni che ci hanno cullati e vento a spegnere il caldo. Una notte incredibile. Qualcuno è riuscito a pogare, molti a piangere. Io non credo di essere mai stata così felice. La musica, se è questa ed è così, per me è terapia.


Faccende pratiche: a causa della psicosi da terrorismo l’area concerti era circondata da un anello spazio temporale di sei secoli e mille mila ettari da percorrere a piedi e inaccessibile alle auto. I parcheggi del festival avevano prezzi inarrivabili (dai 20 ai 30€), a cui aggiungere il costo della navetta e comunque una passeggiatina a piedi – MA CE LA FATE? IO IL BIGLIETTO L’HO GIÀ PAGATO!!!-. Noi abbiamo parcheggiato nelle vie limitrofe al parco, camminando un’ora sia per arrivare all’ingresso (vedano giallo), che poi per tornare alla macchina (l’anno scorso era tutto molto più comodo, ma pare che l’aver paura e il doverne avere sempre vinca su tutto eh…). Ma non crediate comunque che chi si è affidato alle navette pagando abbia camminato poi tanto meno. A parte questo, il fatto che i ragazzi agli stand del cibo fossero totalmente impreparati e disorganizzati e l’assenza di ombra, per il resto di note dolenti, da parte mia, non ne ho trovate; i bagni chimici erano in numero ampiamente sufficiente, i prezzi erano quelli che si sarebbero trovati a qualsiasi festa della birra (ricordo che veniamo da Varese, qui lo spritz costa dalle 5 alle 7 euro cad.).


Ah no! Scusate. La perla delle note dolenti:

Stanno suonando Creep, intorno a noi un misto di commozione, reverenza, trance, rispetto, emozione mistica, insomma pare di stare in chiesa dal Papa Francy. Baciato dalle luci azzurre del palco passa, fino a quel momento silenzioso, un addetto indiano alla ristorazione: “ACQUABIRRA? ACQUABIRRA???“.

Tutto bene, nessuno scompenso cardiaco. Almeno 200 video e registrazioni audio rovinate e un momento al limite del lisergico perso subito e per sempre. Grazie amico!

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