Perché quest’anno non partecipo all’Italian Book Challenge 2017

Italian Book Challenge 2017

L’anno scorso, non appena partita la lodevole iniziativa di cui nel titolo, mi ero lanciata velocemente nello scrivere questo post in cui vi spiegavo cosa fosse l’Italian Book Challenge, come funzionasse, come partecipare e perché.
Quest’anno invece, a sfida già partita, vi racconto perché non ci penso nemmeno, a mettermi dietro in questa gara.
Sostanzialmente dodici mesi fa illustravo entusiasta come fosse mia intenzione prendere parte alla challenge per mettermi un po’ alla prova e trovare la spinta per leggere libri che altrimenti non avrei magari mai preso in mano, rischiando peraltro di perdermi – chi lo sa – dei gran capolavori. Nel pieno dalla fregola della competitività che mi contraddistingue dal primo anno d’asilo, ho preso la mia bella schedina, l’elenco delle categorie da affrontare e via! nel fantastico mondo di libri sconosciuti. Sono partita in quarta acquistando otto libri in un colpo solo, convinta di iniziare col botto, e invece mi sono fregata già da subito: uno dei criteri di giudizio della sfida è infatti la velocità di lettura, e nella prima edizione (quella dell’anno scorso, appunto) questo dato veniva calcolato con la differenza tra la data di acquisto del libro e la data di fine della lettura. Capite bene che a prendermi otto libri in una volta sola, per la distanza tra la data di acquisto e quella di lettura dell’ultimo degli otto libri si parlava di settimane, mentre chi – furbamente – si comprava un libro per volta vedeva questa differenza ridursi a tre-quattro giorni, nel caso di lettori voraci. In realtà lì è stata un po’ una leggerezza mia, e va bene.

Italian Book Challenge 2017 logo

Il fatto però, è che al terzo titolo, dopo due letture piuttosto mediocri, mi sono ancorata sulle pagine di un libro brutto che – aiutatemi a dì brutto – mi ha segato subito le gambe. Non solo. Abbandonato il terzo titolo, con conseguenti soldi buttati, mi sono ritrovata con altri due destinati nel giro di pochissimo a tornare a fare la polvere sugli scaffali della Billy in salotto. E quindi lì mi sono fermata, posizionandomi allegramente ultima nella mia classifica mentale dei partecipanti, con concerto di santi indirizzati agli organizzatori, a me stessa e all’internet tutto per il tempo sprecato.

Il libro brutto brutto brutto in modo assurdo che mi ha fatto dire mo'bbbasta.
Il libro brutto brutto brutto in modo assurdo che mi ha fatto dire mo’bbbasta.

Motivo per cui quest’anno l’Italian Book Challenge 2017 non mi vede neanche col binocolo. E voi giustamente direte: “Vabbè, ti sei scelta dei libri penosi, colpa tua. Quest’anno ti fai furba e ci riprovi.”  Eh, anche no. Perché nel frattempo sono cambiate le regole, quindi non solo la sfida si è sdoppiata in due challenge diverse, una da 35 e una da 100 libri (l’anno scorso erano 50), non solo le categorie sono state comunicate solo in parte all’inizio, mentre il resto viene concesso col contagocce a sei per volta al mese (così se a questo giro mi capitano delle categorie infelici mi tocca pure leggermi sei potenziali libri di merda così così uno via l’altro), ma sono cambiati pure i premi. L’anno scorso chi arrivava primo si portava a casa 30 libri per 50 letti, quest’anno chi vince nella sfida da 100 categorie ne ottiene 25, e chi si piazza sul gradino più alto del podio della sfida da 35 libri ne vince 5. Il secondo e il terzo ne vincono invece due. DUE. Considerando di riuscire a leggere solo tascabili, a fare i conti della serva salta fuori che a fronte di un investimento medio di 350 euro ti porti a casa DUE LIBRI. Adesso. Va bene tutto. Ma DUE LIBRI. In biblioteca da noi ogni anno organizziamo la tombola letteraria, gratuita, in cui già solo con la terna si vincono due tascabili. La tombola sono due novità rilegate e due tascabili. Capite bene che il rischio di scegliere di impegnare il mio tempo nello studio della riproduzione dei parameci piuttosto che nell’Italian Book Challenge si fa molto alto.

Che poi. Io lo dovevo capire subito che non era una roba che faceva per me. Una cosa in cui c’entra la costanza. La tenacia. Il sano saper tener duro. Io la costanza non so cosa sia. Non ho pazienza, non ce la faccio, mi stanco subito. Nel mio tempo libero, tra i quattro e i nove anni sono riuscita a iniziare e lasciare, nell’ordine:

  • NUOTO. Abbandonato dopo due mesi perché mi addormentavo sotto la doccia negli spogliatoi e non mi svegliavo neanche per cenare, con conseguente preoccupante calo ponderale su una bambina già pesantemente sottopeso (che nostalgia, che bei tempi, che invidia di me stessa)
  • PATTINAGGIO ARTISTICO. Abbandonato dopo otto mesi. Sono riuscita però ad arrivare al saggio di fine anno, di cui conservo bellissime immagini di me vestita da mariachi (con tanto di sombrero) che a stento mi reggo in equilibrio sui pattini, e a partecipare ad una gara che mi è valsa un meritatissimo terzo posto con conseguente medaglia di bronzo. Neanche lo sto a dire che a gareggiare eravamo in tre perché tutte le altre bambine erano a casa con la varicella.
  • ATLETICA LEGGERA. Corsa, nello specifico. Abbandonata dopo tre settimane su invito dell’allenatore perché “Signora, lo vede anche lei che la bambina non è proprio portata. Non me la sento di rubarle i soldi”. Peccato perché a fine allenamento potevo sempre mangiare delle merendine porcose al cioccolato e i primissimi Gatorade di fine anni ’80 di cui conservo un ottimo ricordo.
  • EQUITAZIONE. Abbandonata dopo un’estate perché – *aggiungere musica triste a scelta* – costava tantissimo. Ma a me piaceva davvero, e so che prima o poi tornerò a galoppare libera con i capelli al vento a trottare scomposta su ronzini a fine carriera.
  • PALLAVOLO. Abbandonata dopo mezza stagione a fronte delle tante, troppe umiliazioni sul campo. C’è un limite a quello che una ragazzina può subire davanti ad un pubblico nel difficile momento della preadolescenza.
  • DANZA CLASSICA. Non apriamolo neanche, questo dolorosissimo capitolo. Si sappia solo che non è una buona idea lasciare ad una bambina di otto anni la facoltà di decidere del proprio futuro sulla base della voglia di andare a lezione di danza invece che stare a casa a giocare a SuperMario.
    Poco sport, molti libri, molte merende.
    Poco sport, molti libri, molte merende.

    Last but not least. Già mi devo leggere tutta una serie di libri non per scelta per l’università e il lavoro. Io come molti di voi, probabilmente. Ho veramente bisogno di qualcuno che mi imponga dei limiti o dei vincoli a quello che voglio/devo leggere la sera prima di andare a dormire? Se dovessi morire domani, sarei contenta di aver avuto per ultimo tra le mani un libro semplicemente perché “consigliato da un book tuber” (cat. 8), “con la copertina verde” (cat. 4) o perché (cat. 11) è  “il libro preferito dal tuo indie libraio“? No, chiaramente. Se la vita è troppo breve per leggere un libro brutto che scelgo io, figuriamoci per leggere un libro brutto scelto non liberamente, con lo scopo di sommarlo ad altri 34 (o 99!) altrettanto brutti, nella speranza di vincerne due, magari (se contro ogni previsione sono molto fortunata) non proprio illeggibili.

 

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