Storie di pirati sulle rive del Tevere

Mio nonno era un bell’uomo. Aveva gambe lunghissime e ben tornite. Non aveva la patente, per questo quando stavo con lui si camminava sempre tantissimo. Ricordo delle grandi scampagnate tra le vigne o su per la strada che da Pontecuti va a Todi, sotto il sole cocente di agosto.

Quando mi annoiavo troppo, il nonno mi portava giù al fiume e sul ponte mi raccontava storie più o meno veritiere. La mia preferita era quella dei pirati del Tevere, i cui galeoni erano affondati carichi di tesori e che nessuno- nonostante le innumerevoli ricerche- era più riuscito a trovare. Per questo, concludeva sempre, si dice che il colore del Tevere sia giallo paglierino, per la polvere d’oro che ancora scorre sul suo letto.

Il risultato -da buona figlia degli anni Ottanta- fu più o meno ovvio: galvanizzata dalle avventure dei Goonies, passavo il resto delle vacanze sulle sue rive, architettando un piano per diventare ricca, sfidando le pantegane e le minacce della nonna. Non conto i tentativi falliti di costruire una zattera o uno sottomarino in grado di sondare i fondali del fiume, so solo che quando mi resi conto che forse i tesori non sarebbero mai stati recuperati (perlomeno non da me) la mia infanzia era ormai finita e il nonno purtroppo non c’era più.

I miei nonni sono di Todi. Anzi più precisamente di Pontecuti, una piccola frazione sulle rive del Tevere. Impossibile non notarla: dalla statale 79 bis orvietana salendo verso Todi si può ammirare dal ponte in tutta la sua bellezza.

Questo piccolo presepe in epoca romana era già un avamposto di Tudernum (Todi) e nel 1313 sempre qui fu costruito un castello per difendere la città dall’incursione dei briganti. A testimonianza del suo ruolo strategico rimangono oggi frammenti di mura e la porta di accesso, la Porta della Nave.

Vi confesso di essere sempre stata affascinata dai ponti, dal tentativo meravigliosamente umano di far continuare le strade su corsi d’acqua. Nel paese dei miei nonni questa antica esigenza architettonica ha un ruolo talmente fondamentale da essere probabilmente all’origine del toponimo: bisogna solo capire di che ponte si tratti, se di quello fatto costruire -secondo la leggenda più accreditata- da Cocceo Nerva in epoca romana o di quello gotico (pons gotorum). Di sicuro non si riferisce al ponte odierno, altrettanto suggestivo, costruito sulle macerie di quello del XVII secolo distrutto dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.

Todi è annoverata giustamente tra le città da visitare a tutti i costi ma le perle umbre, per quanto mi riguarda, sono i piccoli paesini che già al primo sguardo suggeriscono inattesi frammenti di vita. Sono le strade che devi percorrere- spesso solitarie e sterrate- per meditare, per fuggire o per scappare da un dolore a rendere cara e accogliente questa terra.

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Ah, dimenticavo: a Pontecuti si trova un tratto del Tever Morto, ossia con una bassa velocità delle correnti. (Strategicamente avevo dunque ragione anche in tenera età: questo era davvero il posto ideale per cercare forzieri)

Che ne dite allora? Al posto di buttare soldi in gratta e vinci o -peggio ancora- in slotmachine, se siete alla ricerca di denaro facile perché non provare a sudare davvero per cercare un vero tesoro? Uno di quelli leggendari intendo, mal che vada potrete sempre rifarvi gli occhi con il paesaggio circostante, di colore giallo come il grano, come i girasoli, come l’oro, come il Tevere.

N.B Ci tengo a sottolineare un fatto certo, in quanto geografico: in Umbria non c’è il mare. Per questo viene definita il cuore verde d’Italia. Potrà sembrarvi scontato, eppure non conto più le volte che mi sono sentita chiedere ”Ma davvero? Hai la nonna al mare in Umbria? Che fortuna!” Oppure ”Come mai non sei abbronzata? Non andavi in spiaggia?”.

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