4 luglio: una dichiarazione d’amore

4 luglio

Io ci ho provato a essere anti-americana.
Hai voglia, se ci ho provato.
Perchè fa figo, perché vuoi mettere noi europei che storia e che cultura – quelli invece dai, sono caproni! -, perchè sono fissati con Dio, neanche fossimo nel Medioevo, perchè sono dei guerrafondai di merda, perchè se andavamo noi a tirare giù una loro funivia voglio vedere, perchè tre amministrazioni Bush tra padre e figlio è roba da non credere (noi che per vent’anni abbiamo tenuto Berlusconi al governo e adesso vabbè…), perchè tutti cow-boy e sceriffi con la pistola in tasca, perché il Vietnam, l’Iraq e l’Afghanistan.
Perchè se vieni da una famiglia come la mia non hai tanta scelta (voglio dire: mia zia da piccola non poteva vedere i cartoni di Walt Disney perchè era un fascista. Ok. Ma avete idea di quale tristissima alternativa siano i cartoni animati russi???).
Io ci ho provato, dicevo. Ma non ci sono riuscita.
Perchè è vero tutto quello che si dice di loro. Sono mediamente ignoranti. Patriottici in un modo che a noi fa ridere (che invece abbiamo preferito tenere al governo per anni uno che invitava gli italiani a pulirsi il culo con la bandiera. Che faine che siamo). Sono grassi in maniera inconcepibile. Credono di essere a capo del mondo. Si inventano le armi chimiche di distruzione di massa e forse anche gli allunaggi. Non ce la fanno a mettere una sanità pubblica come si deve e per mandare i figli all’università le famiglie devono ipotecare la casa. Le pistole invece ancora un po’ e te le servono nei drugstores di fianco alle patatine. Friggono i würstel, mettono la pizza su uno stecchino come se fosse un ghiacciolo e la bistecca nel toast. Ti salutano a pacche sulla spalla e ti fanno mille domande personali anche se ti conoscono da tre minuti. Le spose hanno gli stivali argentati sotto il vestito bianco, e gli sposi si presentano all’altare col cappello texano.
Però, però, nel momento in cui metti piede per la prima volta in America, tu sei americano. Anche se sei un turista. Anche se resterai solo due settimane. Tu diventi americano. Ai loro occhi, e anche ai tuoi. Perché non hai scelta. Inizi a mangiare di merda, e ti piace anche. A bere litri di liquidi zuccherini dai colori improponibili, e a pensare che forse, in fondo, la salute è una cosa sopravvalutata. Inizi a volere un cappello texano. I tuoi occhi si abituano in fretta a quegli spazi, a quel cielo. Ti viene voglia di entrare in chiesa e cantare con le mani in alto scuotendo il culo. Inizi a salutare con le pacche sulle spalle. A dare del tu a tutti. A sentirti parte di qualcosa di grande, che funziona, e a capire il rispetto che portano per quella bandiera (oggettivamente mille volte più bella della nostra, suvvia). Ti appassioni alla storia di Lincoln. Ti capita di dividere un pentolino di carne e un paio di arance con due ragazzi che non avevi mai visto prima, a mollo in una sorgente calda al tramonto, nel mezzo delle montagne della California. Ti capita a New York di raccontare volentieri i fatti tuoi al signore in giacca e cravatta seduto al tavolo con te mentre mangi pastrami, scoprire che eravate a festeggiare il gay pride nello stesso locale, e metterti d’accordo per rivedervi due giorni dopo ad Atlanta a casa sua, con tanto di numero di telefono e indirizzo. E sai che anche se non lo chiamerai mai più, quell’invito era vero. Ti capita di piangere di bellezza davanti al rosso infinito della Monument Valley. Di limonare duro durante un temporale sotto ai ponti coperti di Madison County. Di parcheggiare la macchina in mezzo ai carretti degli Amish. Di scoprire che al mondo esiste una cosa talmente buona da non riuscire a trovare le parole giuste per descriverla, e si chiama Red Velvet. Te la serve una grassa signora ottantenne nera di Selma, in Alabama, e tu pensi che valeva la pena di attraversare l’Atlantico anche solo per quello.
Ti capita anche di finire la sera del 4 luglio nell’unica città d’America in cui sono vietati i fuochi d’artificio. E vabbè, ci rifaremo a Laveno a ferragosto. Ma Laveno non è Flagstaff. E l’Italia, nel bene o nel male, non è l’America. Anche se io continuo a sostenere che Monvalle sia un angolo di Mississippi mal interpretato.

Ad ogni modo, God Bless America. This land is your land, come si dice da quelle parti.

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