Un pezzetto di Veneto: l’Alpago

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Eccoci finalmente a parlare di uno dei posti in cui si lascia il cuore: non perchè ci si andrebbe in vacanza, ma perché ci si andrebbe o tornerebbe a vivere. La meta di cui vi sto per parlare non è distante migliaia e migliaia di chilometri, non servono 10 giorni minimo di viaggio per abituarsi al fuso, ci si arriva in macchina, ci si possono passare anche solo un paio di giorni e vi assicuro sono sufficienti per sentirsi a casa. A questo punto direi di partire…

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C’è un pezzeto di Veneto meraviglioso, molto semplice da raggiungere, ma un po’ dimenticato dai turisti, che è più che altro di passaggio. Lo era anni fa ancora di più, quando l’autostrada non era ancora arrivata, e chi voleva andare a Cortina a fare lo splendidone ci doveva passare per forza, ma che vale la pena di raccontare.
Questo pezzetto di Veneto è una valletta, sta proprio vicino Longarone e la sua tristemente famosa diga. Sta poco dopo Vittorio Veneto e le sue vigne, sta poco prima di Belluno e del suo incantevole Piave. Parlo dell’Alpago. Questo pezzetto d’Italia è letteralmente incastrato tra le Prealpi bellunesi, che sono a tutti gli effetti Dolomiti, il Cansiglio e il Lago di Santa Croce. Un angolino, anche un po’ spiegazzato, che si lascia amare in fretta.

Inutile dire che io qui ci sono stata per lavoro, e che ci ho passato non un week end, ma sei mesi. Ci ho vissuto e sono stata a casa. Perché chi la cerca la trova. Ovvio, essendoci stata per lavoro le mie escursioni sono state limitatissime, le mie scampagnate brevi e al massimo di 140 chilometri in una sera –  il tempo di una cena a Cortina – perché chi è abituato a muoversi, poi fermo non può stare. Grazie a questo posto ho imparato a guidare da sola per 500 km senza fermarmi, alle 6 del mattino o alle 11, la notte, d’inverno, d’estate, non importa, bastava arrivare. Partire da casa per arrivare in qualche modo sempre a casa. Anche la strada per arrivare è semplice: si impara la prima volta per poi essere sempre in grado di tornare. E fa sempre un po’ ridere arrivare allo svincolo per Belluno e vedere il cartello “Mare”, e tu stai andando dall’altra parte, ma la sensazione di poter fare una svolta e anziché andare al lavoro mettere i piedi in acqua, resta.

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L’autostrada qui ha portato via un pezzo di vita a queste montagne: all’uscita di Fadalto-Santa Croce si passano alberghi e locande abbandonati, pezzi di paesi rimasti immutati e non curanti di chi, come me, straniero, passa sistematicamente per “affari”, in mezzo a gente a cui di business e aria fritta non gliene frega assolutamente nulla. L’ultimo tratto di questa strada regala un’intrusione in zone d’ombra di una montagna che pare dimenticata da decenni, zone a cui nessuno, se non chi le abita da sempre, può permettersi di appartenere.

Vivendo sulla strada, uno a quasi mille chilometri di tragitto alla settimana in qualche modo si deve preparare, e allora armati di account Amazon e lettore CD in macchina (no, non l’MP3, il CD!), ecco accrescere le componenti di una collezione musicale completamente random, ecco esibizioni a squarciagola in the middle of nowhere, ecco telefonate lunghissime, ecco conversazioni con se stessi più o meno utili, mentre ci si lascia alle spalle prima la tangenziale e il traffico, poi la pianura e infine l’immenso letto del Piave.

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Il clima è un po’ a sé stante: non è clima di montagna, anche se non è che faccia proprio caldo, e non è neanche il clima della spianata veneta che ci si lascia alle spalle arrivando. Qui piove spesso (questa zona si litiga ferocemente il titolo di “Pisciatoio d’Italia” con la provincia di Varese, titoli di un certo livello eh), mettetelo in conto.

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Arrivando e costeggiando il Lago di Santa Croce non potrete fare a meno di rimanere incantati dal colore di queste acque, che a me che sono abituata a quelle nere e dense del Lago Maggiore, sono sempre sembrate cangianti al limite della tintura chimica. Tutto attorno al lago troviamo dei paesini D’Alpago (Pieve, Farra, Puos), in media di qualche migliaio di abitanti, che a prima vista potrebbero sembrare chiusi e diffidenti nei vostri confronti. Ma non lasciatevi ingannare: le locande di paese sono tutte accoglienti, i prezzi sono tutti mostruosamente bassi, i vini son tutti buoni, molto difficilmente si mangia male e le persone, beh le persone sono meravigliose e meravigliosa è la loro “R” dolce. In qualche settimana si impara a fare serata al baretto, con l’amaro Fresco e le partite di briscola chiamata con abbondante dressing di bestemmie.

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La cosa piacevole e rassicurante di Santa Croce è che sulle sue acqua basse (sono scarsi 30 metri di profondità), tutti i giorni, ma dico davvero tutti i giorni, attorno all’una del pomeriggio si alza il vento. Puntuale come gli operai che staccano per la pausa nelle zone industriali lì attorno, il vento arriva e trascorre con voi il pranzo, poi voi e gli operai rientrate al lavoro, e il vento no, indugia ancora qualche ora, sta lì a godersi il lago. Grazie a questa sistematicità e puntualità, il Lago di Santa Croce è una meta perfetta per gli amanti di Kite e Wind Surf. D’estate soprattutto, il panorama si riempie di vele colorate e velocissime, cose del tipo: “OOOHHHH QUESTO SI SCHIANTA PER FORZA CONTRO QUEST’ALTRO!”, invece no, sono tutti capaci e in ogni caso c’è una scuola perfettamente attrezzata anche per i più inetti.

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Belluno, con le sue viettine e il suo abbracciare il letto del Piave si trova a 20 minuti di strada, a salire, esattamente come Vittorio Veneto, 20 minuti a scendere.

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Ecco, una parola per “Vittorio” io la voglio spendere:  la trovate al confine nord della provincia di Treviso, chiusa per metà in una valle stretta e ombrosa e per metà si apre verso sud a prendere un po’ di respiro. Una vera e propria perla:  piccola e vivibile al punto giusto, con le sue piazze e le sue vie medievali, con le finestre tipiche della Serenissima, circondata e protetta da una costellazione di siti industriali risalenti ai primi decenni del 1900, sa rapire e allo stesso tempo, nel suo essere raccolta, sa far sentire al sicuro. Ci sono anche bar e vinerie molto caratteristici e alcuni buoni ristoranti, proprio in centro. Non vi dico di fermarvi perché siete praticamente nel cuore della patria del prosecco e ve lo regalano ovunque, non vi dico di fermarvi perché alcuni tra i vini migliori d’Italia si fanno da queste parti, non vi dico di fermarvi perchè sarete sempre trattati bene, vi dico di fermarvi ebbasta.

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In sei mesi qui ho visto cambiare il colore e la faccia delle montagne, il lago invece, con il suo violento azzurro, resta una costante immutata. Tra aprile e maggio si assiste al rinascere dei boschi di tutta la valle (noccioleti e faggeti, per poi salire in altitudine e diventare boschi di conifere), si è travolti da una quantità di sfumature di verde talmente ampia, talmente lussureggiante, da lasciare senza fiato, da far venir voglia di fermare la macchina in autostrada e rimanere a guardare i fianchi delle montagne per delle ore.

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Ecco ora, come dicevo, sei mesi non sono una trasferta, sono un trasloco vero e proprio, e la sottoscritta ha avuto la fortuna di potersi trasferire in un posticino che rimarrà sempre con me, e dove appena posso cerco di tornare: la Locanda di San Lorenzo. La Locanda è un ristorante e un piccolo albergo. Il piccolo albergo diventa ben presto una seconda casa, grazie alla disponibilità, all’accoglienza e alle attenzioni che i gestori sono in grado di darvi: dopo il primo soggiorno sapevano che vino preferivo a cena, cosa non potevo mangiare, a che ora facevo colazione etc etc. Ma è del ristorante che vi voglio parlare: una cucina ricercata, attenta alle materie prime, alla stagionalità, alla territorialità, e comunque una cucina che sa andare incontro ad un manipolo di lavoratori che alle otto esce dall’ufficio con incazzature di medio-alta entità e che di premi e cotillon nel piatto non ha magari voglia, ma preferisce un piatto di pasta.

E i risvegli… Io che sono malata di colazioni, io che come qualcuno mi ha detto recentemente ho “il fuoco sacro della colazione”, io che metto tutte le aspettative di una giornata in una buona colazione, ecco io mi alzavo da tavola alle 7:45 che sarei potuta morire tranquilla, sazia e felice. Sì perchè i salumi che vi servono arrivano dalle valli tutt’attorno, lo stesso vale per burro e ricotta; tra maggio e agosto, l’umidità e la pressione permettono alla pasta di brioches di lievitare bene, quindi oltre alle torte fatte in casa, ai salumi di cui sopra, alla frutta fresca, alle creme e allo yogurt fresco, avrete anche le brioches più buone del mondo. La selezione di tè è molto buona e anche ricercata.

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Tenendo poi conto che il posticino in questione si porta appresso una stellina Michelin, ma nonostante tutto è in grado di mantenere un rapporto qualità prezzo ottimo, le cene non ha senso descriverle: la varietà dei piatti sia di pesce che di carne, la presentazione, le dosi, la cura… Vale la pena fermarsi una sera e lasciarsi guidare attraverso i sapori di questo angolino di Veneto.

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Sei mesi fuori casa, con ritmi lavorativi devastanti, convivenze forzate con i colleghi, in un territorio che non ti appartiene, possono essere una tragedia, mentre per me sono stati un regalo. Grazie ai paesaggi, grazie al vento, grazie alle montagne, grazie sempre alla strada,  grazie più di tutto alle persone. Sono venuta qui per lavoro un anno fa e sono ripartita dopo sei mesi. Indovinate dove trascorrerò il prossimo ponte del 2 giugno?

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Ringrazio Sandra, Angela, Mara, Elena, Renzo, Paolo e tutto lo staff della Locanda San Lorenzo per avermi fatta sentire a casa dal primo giorno.

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2 thoughts on “Un pezzetto di Veneto: l’Alpago”

  1. Mai avuto così tanta voglia di visitare il Veneto!;) Sei riuscita a scrivere in modo descrittivo, utile ed emozionale allo stesso tempo. Bravissima.

    1. Grazie mille Serena! Fa davvero piacere riuscire a trasmettere anche solo un po’ quello che per me sono stati quei luoghi. Se ti capita l’occasione, vai a fare un giretto perché ne vale la pena.

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