Verde Kerala

Il mio colore preferito è il verde. Mi piace in ogni sua sfumatura e persino in casa buona parte delle mie pareti è di questo colore. Il proprietario del mio colorificio di fiducia è un genio della sinestesia. L’ho visto accontentare ricerche- squisitamente femminili- di sfumature impossibili: “Salve. Vorrei fare una parete della sala rosso caldo, ma non troppo. Come la ciliegia quasi completamente matura. No, così è troppo matura. No, questo è color sangue che schifo! Mm, no. Così è banale, un po’ troppo pastello, non trova?”

Comunque, dopo aver passato più di un’ora in colorificio sfogliando svariati pantoni di colori, l’unica indicazione che mi venne in mente per spiegare l’esatta tonalità che avevo in mente fu: “Ma sì, come il verde delle piantagioni di tè in India durante il periodo Monsonico”. Ce l’ha fatta. Come vi dicevo il tizio è davvero imbattibile. Anche se poi- per dirla tutta- ho scelto una gradazione più soft, perché davvero il verde Kerala è più violento di uno schiaffo.

Una persona sana di mente che decide di andare in India, eviterebbe come la peste il periodo monsonico. Ma a me le cose semplici non sono mai piaciute e poi sono abituata alla pioggia (abito in provincia di Varese). Ho un unico consiglio da darvi: LASCIATE A CASA GLI STIVALI DI GOMMA. In primis per non rendervi immediatamente ridicoli agli occhi dei locali e poi fa davvero troppo caldo. Vi abituerete presto a girare in infradito, se non addirittura scalzi, ve lo garantisco!

Il Kerala è un paradiso tropicale a sud ovest dell’India e, purtroppo o per fortuna, come ogni paradiso che si rispetti non è stato in grado di celare la sua bellezza. Da più di 3000 anni i mercanti approdano sul suo litorale alla ricerca di spezie, avorio e legno di tek. Il turista di oggi ci arriva invece per i più svariati motivi. Ve ne posso elencare qualcuno:

1) Per navigare in perfetto silenzio tra le le acque interne (Backwaters) che costeggiano il litorale, osservando il lento svolgersi della vita e delle attività lungo le rive dei canali. Questa intricata rete di fiumi, laghi e lagune e corsi d’acqua prima dell’avvento delle strade era la principale via di comunicazione del Kerala. Non vorrei rubare le parole a qualche tour operator ma l’atmosfera che si respira qui è davvero magica, non ci sono altri sinonimi. Purtroppo nel periodo monsonico non è possibile imbattersi nelle donne che pescano a mani nude il karimeen (un pesce che a quanto pare si trova soltanto in queste acque) né tantomeno nelle reti da pesca cinesi, fotografatissime dai turisti di tutto il mondo. In compenso essere sorpresi dall’arrivo di un monsone a bordo di una casa galleggiante potrebbe essere un buon motivo per cui vantarsi  con gli amici al ritorno, credo.

2) Viaggiare per ore e ore alla ricerca di elefanti selvatici, avendo come unico indizio enormi escrementi. Demoralizzarsi, girare l’auto per uscire rassegnati dal Muthanga Wildlife Sanctuary e all’improvviso sorprendersi -se siete fortunati- a piangere di gioia di fronte a una scena del genere:

3) Visitare Thirunelli Temple, uno dei templi più antichi  del subcontinente Indiano. Dedicato a Lord Vishnu, questo tempio ha più di 3000 anni e si trova in una valle circondata da montagne e bellissime foreste. Thirunelli è l’unico tempio al mondo in cui i fedeli possono eseguire tutti i riti legati alla propria vita, dalla nascita alla morte fino alla vita dopo la morte.

4) Assistere  ad un Theyyam, la famosissima forma d’arte rituale del Kerala, che si suppone abbia origini antecedenti all’Hindūismo. Il periodo di solito va da ottobre a maggio, ma se per qualche ragione vi trovate nei dintorni di Kannur, dovrebbe essercene uno praticamente ogni notte dell’anno. Vi anticipo subito che l’esperienza è molto forte.  Ho avuto la fortuna di assistere ad un Muthappan Theyyam al Parassinikadavu Muthappan Temple (a soli 16 km da Kannur). Ero partita carica di aspettative  ed emozioni contrastanti, ma una volta arrivata ho realizzato che lo spettacolo era lontano anni luce da tutto ciò che mi ero immaginata. Centinaia di persone ammassate all’ingresso del tempio aspettavano pazientemente di entrare nonostante l’afa resa ancora più insopportabile dal caos e dalla commistione di puzza e fragranze più discordanti di un ossimoro. Per la serata era prevista una rappresentazione sacra dedicata a Sree Muthappan (una divinità popolare comunemente venerata nella regione del Nord Malabar, in Kerala). Ho seguito attentamente e fino alla fine il rituale in cui i danzatori perdevano la loro identità fisica, parlando e muovendosi freneticamente per benedire i fedeli in un’atmosfera quasi inquietante. E ne sono uscita esausta e frustrata per il caldo, il ritmo ipnotico dei tamburi, l’incomprensione linguistica e un vago senso di soggezione. Volevo andarmene, per cedere il posto a qualche fedele che certo meritava più di me di assistere alla rappresentazione, ma non c’era modo di spostarsi di mezzo centimetro. Per una questione di rispetto, durante la serata non ho scattato fotografie. (Le potrete trovare tranquillamente digitando la parola “theyyam” su google).

5) Per arrostirvi al sole in una delle bianchissime spiagge delle coste che si affacciano sul mar Arabico. Spazi incontaminati, palme da cocco e acqua cristallina. Io però qui non vi posso aiutare. Ci ho anche provato a fare vita da spiaggia nell’unico giorno di sole: l’indomani ero a letto ustionata e con la febbre a quaranta.

6) Per perdersi tra le piantagioni di tè sulle colline di Wayanad. Questi panorami ipnotici valgono il viaggio. Se anche voi siete alla ricerca di nuove sfumature per le pareti di casa o per l’anima, credo di avervi appena fornito un alibi perfetto.

 

 

 

 

 

 

 

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