Libri in viaggio: Stati Uniti Centrali

Iniziamo dal presupposto che per me ogni viaggio o nasce da una spinta letteraria, oppure diventa a sua volta la base di partenza per l’esplorazione di libri o autori in qualche modo legati alla destinazione in questione. Dell’ossessione per i viaggi letterari ne ho parlato qui, dove spiegavo anche quello strano fenomeno per cui prima di partire compro di solito più o meno ventordici libri (dai saggi politici ai canzonieri con TuttoBattisti edizione finlandese), non ne leggo nessuno, vado allo sbaraglio in viaggio, e poi a distanza di mesi/anni prendo in mano uno a caso di quei ventordici imperdibili titoli (o qualcuno che nel frattempo ho aggiunto al ritorno) per scoprire che – ma tu guarda – avevamo il bed&breakfast di fianco alla casa dove era vissuta la protagonista di quel romanzo fantastico e niente, neanche mezza foto, mezzo minuto di riflessione, mezzo campanello suonato (al massimo per poi scappare, non sono una che si lancia tantissimo, va detto). *
Vediamo quindi i molti libri che non ho letto per prepararmi al mio ultimo viaggio nel Midwest degli Stati Uniti, e i due che invece sono riuscita a finire in tempo per salire sull’aereo.

Libri in viaggio

Storia del popolo americano, Howard Zinn – Un saggio socio-storico dal taglio radicale, che affronta la storia degli Stati Uniti vista attraverso gli occhi delle sue minoranze: neri, donne, sindacalisti. Questo me lo trascino dal mio penultimo viaggio in America. Correva l’anno 2012. Non scherzo se dico che non l’ho mai neanche aperto. Quando si dice una che usa il cervello e spende bene i suoi soldi.

Strade Blu, William Least Heat-Moon – Qui facciamo un passo avanti: comprato sempre in occasione del viaggio nel 2012 di cui sopra, aperto, iniziato, arrivata a pagina 80. E fermata. Il libro in realtà non è malvagio, anzi. Pubblicato nel 1978, da molti viene considerato un capolavoro, un inno alla libertà come a suo tempo era stato Sulla strada di Kerouac (che io trovo di una lentezza e di una noia esasperanti, che vi devo dire). È la storia autobiografica di un professore di inglese del Missouri che, licenziato dal college e mollato dalla moglie, decide di prendere il suo furgone scassato e girarsi l’America mantenendosi solo sulle strade secondarie, quelle appunto indicate in blu sulle cartine. Un viaggio di tre mesi alla scoperta dell’America periferica attraverso incontri con personaggi surreali, paesaggi incredibili, storie raccontate di generazione in generazione e paesi dai nomi improbabili. Ingredienti perfetti che però, ancora, non sono riusciti a trascinarmi oltre pagina 80. Ci riproverò col prossimo viaggio, me lo sento.

Il Borgo e Luce d’agosto, William Faulkner – Dico di amare la letteratura americana e poi non ho mai letto niente di Faulkner. Posso vergognarmi tantissimo? Sì. Mea culpa.

Facciamo finta di nulla e passiamo a parlare con cognizione di causa di quello che invece sono riuscita a leggere prima di partire.

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Le avventure di Huckleberry Finn, Mark Twain – “Tutta la letteratura moderna americana deriva da un libro di Mark Twain intitolato Huckleberry Finn. La scrittura americana arriva da lì. Non c’era mai stato niente del genere prima. E non c’è più stato più nulla del genere dopo”. (Ernest Hemingway). Ora, io non so se posso prendermi o no la libertà di dire al Signor Hemingway che non sono completamente d’accordo con lui (nel senso che nemmeno lui potrà mai farmi dire che il capolavoro assoluto della letteratura d’Oltreoceano non sia la doppietta Furore/Valle dell’Eden di Steinbeck), però su una cosa non ci sono dubbi: la letteratura americana deriva tutta da Twain, perchè non c’era mai stato niente di simile ai suoi libri prima di allora. Partiamo subito col dire che Huckleberry Finn NON è un libro per bambini. Anche se parla di un bambino. Anche se ci hanno fatto sopra dei cartoni animati. Huckleberry Finn è un libro sulla libertà. Altro che Kerouac, appunto. E’ un libro sul viaggio come vita. Sullo scegliere di andare contro tutto quello che secondo la società dovremmo fare, dovremmo pensare, dovremmo essere. Huck è un ragazzino senza mamma, con un padre vagabondo, violento e alcolizzato. Huck non ha paura di (quasi) niente, fuma, dice le parolacce, è un fannullone che fa solo quello che gli va. Huck è anche un ragazzino ricchissimo, perchè insieme al suo migliore amico Tom Sawyer ha scoperto un tesoro. Questo tesoro però, proprio se hai un padre vagabondo, violento e alcolizzato, può diventare un grosso guaio. Allora conviene sbarazzarsene, scappare dalla casa della vedova Douglas, che ti ha preso sotto la sua ala protettrice e vuole “civilizzarti” mandandoti a scuola e insegnandoti la Bibbia, fingerti morto ammazzato e sparire dal mondo degli adulti. Navigare lungo il Mississippi con Jim, uno schiavo in fuga dalla padrona che vuole venderlo, e vivere insieme mille avventure. Tom Sawyer è un monello, Huckleberry Finn un eroe picaresco: rifiuta la società, se ne allontana volontariamente, sceglie fino all’ultima riga di essere al comando della sua vita e della sua coscienza, lontano dalle convinzioni ottuse degli adulti della città. I “grandi” in Huckleberry Finn sono sempre personaggi negativi: bigotti o debosciati, avidi o fannulloni, pedanti o irresponsabili, noiosi o inaffidabili. L’unica eccezione, ed è qui la grandezza del libro, è Jim. Lo schiavo, il negro, quello che la società cristiana bianca e benpensante non considera un essere umano, è l’unico vero Uomo del romanzo. Il solo di cui Huck si possa fidare, che possa chiamare amico.
Huck e Jim, un orfano vagabondo e uno schiavo in fuga, due scarti della società che ancora oggi ci insegnano cosa voglia dire essere uomini liberi.

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Fiori nel fango, Hillary Jordan – Il Delta del Mississippi, gli anni ’40, il fango dei campi, la fame, i soldati che tornano dalla Seconda Guerra Mondiale rotti dentro, due fratelli per una sola donna, il Ku Klux Klan, i linciaggi dei neri, la libertà che non è vero che è un diritto per tutti (sempre qui torniamo quando si parla di America, mi sembra di capire), la vita che non ci porta sempre dove vorremmo. Gli elementi per fare un libro che non riesci a mettere giù neanche alle due di notte ci sono tutti. E infatti è stata una bella lettura avvincente, di quelle che se il cane ti mangia il libro a tradimento l’ipotesi abbandono sulla A4 non sembra poi più tanto azzardata. (Scherzo, ovviamente. Il cane è sempre qui ma il libro l’ho dovuto riordinare in fretta e furia su Amazon a tre giorni dalla partenza).

E per la serie “Libri che non ho letto prima di partire ma che mi sono divorata dal decollo a Milano all’atterraggio a Chicago senza chiudere occhio”:

Mio amato Frank, Nancy Horan – Questo l’avevo in casa da forse cinque anni, quando ancora l’idea di un viaggio che toccasse l’Illinois non era stata neppure presa in considerazione, ed era rimasto a fare la muffa nella parte di libreria dedicata ai “Ci sarà il giorno in cui troverò il coraggio di leggerti, ma non è questo il giorno”. Poi, scoprendo dalla Lonely Planet che proprio in un sobborgo di Chicago aveva vissuto e lavorato quel genio assoluto dell’architettura che è stato Frank Lloyd Wright, mi sono ricordata di questo libro e l’ho infilato nel bagaglio a mano. Un’ottima mossa che mi ha permesso di incollarmi alle sue pagine per otto ore filate, perdermi tutti i film trasmessi sull’aereo, mettere da parte il blob spacciato per cena dalle valchirie hostess della SAS e ritrovarmi nella Windy City con gli occhi iniettati di sangue, la lingua impastata per non aver neanche bevuto una mezza bottiglietta d’acqua e la pipì ancora da fare. Tutto questo per chiarire che sì, il libro è avvincente e sì, merita di essere letto anche se di architettura non ve ne frega niente. Perché è la storia vera, per quanto incredibile, dell’amore tra Frank Lloyd Wright e Mamah Cheney, femminista americana moglie di un suo cliente. Una relazione extraconiugale che diventa l’ossessione per cui perdere TUTTO, e che culmina in un finale da Tarantino in acido. In realtà il tema centrale è quanto siamo disposte a sacrificare per amore (perchè ovviamente qui a perdere tutto è lei, lui manco per sbaglio, anzi), come convivere con i sensi di colpa e lo strazio di aver abbandonato i tuoi figli, come sopportare il peso delle tue scelte, come andare avanti quando non hai altro che te stessa in una società in cui essere solo te stessa – e non “la moglie di” o “la madre di” – vuol dire non essere assolutamente nessuno. Ci sono davvero tanti spunti di riflessione tra le sue pagine, la figura di Martha “Mamah” Cheney è forse troppo moderna anche per i giorni nostri, e questo libro mi ha talmente ossessionato da spingermi a visitare tutto quello che di Frank Lloyd Wright ho incontrato durante il viaggio.

Avrei anche voluto accennare a Mississippi. Il grande fiume: un viaggio alle fonti dell’America, di Mario Maffi, ma il libro arrivato da amazon alle due del pomeriggio, alle sei di sera è stato completamente mangiato dal cane, il che non mi ha permesso né di scattare una foto, né di leggere almeno la quarta di copertina.

Se come lettrice pre-viaggio non sono un granché, è evidente che come padrona faccio proprio pena. Consigli e numeri di telefono di educatori cinofili sono bene accetti.

* Aneddoto vero riferito a Charleston (South Carolina) e a Sarah Grimké, protagonista de L’invenzione delle ali di Sue Monk Kidd, Mondadori.

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